ECHI DAI GIORNI DELLA MEMORIA E DEL RICORDO
27 gennaio e 10 febbraio

ECHI DAI GIORNI DELLA MEMORIA E DEL RICORDO
27 gennaio e 10 febbraio

Venerabile Placido Cortese e san Massimiliano Kolbe (Archivio «Messaggero di sant’Antonio»)

Le iniziative per tenere viva la “memoria” della Shoah, nell’anniversario della liberazione del campo di sterminio nazista di Auschwitz (27 gennaio), e il “ricordo” della tragedia delle Foibe e dell’Esodo degli Istriani e Dalmati (10 febbraio), verificatasi tra il 1943 e l’immediato dopoguerra, da alcuni anni offrono l’occasione per riflettere e far riflettere, soprattutto le giovani generazioni, sulle tragiche conseguenze di folli ideologie, opposte dal punto di vista politico, ma ugualmente responsabili di sofferenze senza numero e di lutti incalcolabili, con devastanti esiti come il forzato abbandono da parte di migliaia di italiani delle terre dell’Istria e della Dalmazia, dove erano vissuti in pace per molto tempo, accanto ad altre etnie.

L’Italia ha istituito con apposite leggi, largamente approvate dalle varie forze politiche, i giorni della memoria e del ricordo e annualmente si programmano incontri, si sviluppano iniziative con benefici influssi anche sul piano educativo.

Gli istituti scolastici, in particolare, in sinergia con le istituzioni pubbliche, si attivano per offrire ai giovani studenti momenti di riflessione, come quello che si è svolto il 31 gennaio al teatro comunale di Thiene (Vicenza), animato dai frati del Centro Francescano Giovani – Nord Italia, con sede a Padova presso la Basilica del Santo. Padre Fabio, padre Nico e fra Gianbattista hanno presentato la figura del nostro Venerabile: “Padre Placido Cortese – La forza del silenzio”, con contributi audiovisivi che hanno attirato l’attenzione dei ragazzi che gremivano il teatro, un incontro ben riuscito, a detta di organizzatori e fruitori. Un’ulteriore testimonianza della particolare attrazione che Padre Placido suscita anche nel nostro tempo.

Thiene (Vicenza)

Thiene (Vicenza)

Thiene (Vicenza) – Teatro comunale, 31 gennaio 2023

Nello stesso giorno, 31 gennaio, una terza media della scuola paritaria “Vincenza Poloni” di Monselice, con un insegnante, si è portata a Padova per scoprire chi era Padre Placido Cortese e perché lo si ricorda nell’ambito del giorno della memoria. Con la guida del Vicepostulatore Padre Giorgio Laggioni, i ragazzi hanno ripercorso i “passi” di Padre Placido, dal busto che lo ricorda nel chiostro della Magnolia, al Memoriale-Confessionale in basilica, fino alla Pietra d’inciampo collocata all’esterno, sul luogo dove venne portato via dalla polizia nazista.

Padova – Piazza del Santo, 31 gennaio 2023

Per il giorno della memoria 2023, altri istituti scolastici nella zona di Padova hanno richiesto la presenza dei frati del Centro Francescano Giovani per far conoscere ai ragazzi la figura e l’opera di Padre Cortese durante la seconda guerra mondiale.

Molte sono state le iniziative per il giorno del ricordo, fissato al 10 febbraio, sia a livello nazionale che regionale. Com’è noto, l’istituzione del giorno del ricordo, avvenuta nel 2004, intende tenere desta l’attenzione sui massacri delle Foibe, con le migliaia di eccidi (calcolate intorno ai 5.000, altre stime fanno salire il numero fino a 11.000) ai danni di militari e civili italiani autoctoni della Venezia Giulia, del Quarnaro e della Dalmazia, avvenuti durante e subito dopo la seconda guerra mondiale da parte dei partigiani jugoslavi e dell’OZNA (la Odeljenje za Zaštitu Naroda era il Dipartimento per la ‘Protezione del Popolo’, parte dei servizi segreti militari jugoslavi sotto il regime del maresciallo Tito).

Il Servo di Dio Giovanni Palatucci raffigurato nel francobollo emesso nel 2009,
nel centenario della nascita

Figure come il Venerabile Placido Cortese e il Servo di Dio Giovanni Palatucci (1909-1945), riconosciuto “Giusto tra le Nazioni” per aver salvato numerosi ebrei quando era questore di Fiume, per la loro origine o il campo d’azione in cui si distinsero, collegano i due giorni, della memoria e del ricordo, come ha scritto Walter Arzaretti sul settimanale diocesano di Concordia-Pordenone – Il Popolo – del 12 febbraio 2023:

Padre Cortese e Palatucci: due cristiani martiri, “ponte” fra le giornate della Shoah e del ricordo dell’esodo

Due figure sante, avviate alla beatificazione, raccordano le giornate, della memoria della Shoah (27 gennaio) e del ricordo delle Foibe e dell’esodo (10 febbraio), collocate vicine nel calendario ed evocanti due angoscianti vicende di uno stesso, tragico, periodo della storia europea. Il loro accostamento è eloquente: Padre Placido Cortese e Giovanni Palatucci sono martiri di quella carità che ha come sorgente la fede in Cristo, in nome della quale (e come il quale) si può arrivare a dare la vita. Essi testimoniano che le due sopraddette giornate, “solennità civili”, sono pure ricorrenze di significato cristiano e da vivere come cristiani.

Veduta di Cherso, anni ’30 – Foto di Padre Placido Cortese

Padre Placido Cortese era figlio di Cherso, la rocciosa isola del Quarnaro che fino al 1947 era la prima per superficie fra le isole minori d’Italia e che allora vide esulare il 90% degli abitanti. Nato nel 1907, Nicolò al battesimo, a contatto dell’antichissimo convento francescano della sua città, tuttora esistente, scelse di farsi frate minore conventuale come tanti suoi confratelli, anche illustri (fra questi il futuro ministro generale e indi arcivescovo di Gorizia padre Vitale Bommarco che vorrà l’introduzione per lui della causa di beatificazione). Formatosi fra Padova e Roma – e dopo i primi anni di sacerdozio in una parrocchia milanese – si stabilì al Santo a Padova e qui dal 1937 fu direttore della rivista mensile “Messaggero di Sant’Antonio”, raddoppiandone gli abbonati. È durante la guerra che padre Cortese sviluppò la sua forte propensione alla carità, incurante di mettere in pericolo la vita nell’assistere – come era stato incaricato – ebrei, profughi, prigionieri slavi rinchiusi nel campo di Chiesanuova: forniva a essi – e, dopo il crollo del fascismo nel ’43, anche a perseguitati politici e partigiani – cibo, vestiario, medicinali. Sospettato dai nazisti occupanti, pregò i superiori, che erano stati avvertiti di un possibile suo arresto, di permettergli di continuare il servizio ai bisognosi. L’8 ottobre 1944 fu visto uscire con due sconosciuti dal chiostro della basilica: fatto salire su una macchina con uno stratagemma, scomparve. Si seppe in seguito che era stato portato a Trieste, prigioniero della Gestapo, ma che mai era stato deportato in Germania. Il buio durò più di cinquant’anni, allorché nel 1995 una signora di Gorizia, che era stata reclusa nel carcere triestino del Coroneo nell’autunno 1944, svelò ai frati, che mai avevano smesso di cercare Padre Cortese, di essere stata a contatto di lui nella sede della Gestapo di piazza Oberdan insieme ad altra detenuta alla quale egli aveva confidato di essere sottoposto a torture giornaliere: “La voce che ci perveniva da quel buco [una cella piccolissima con una feritoia in alto, nda] – scrisse la testimone – era un filo, stentato, pieno di sofferenza… quasi allo stremo. Non rispose [però] a nessuna domanda diretta e poco prudente… Circa una settimana dopo, per mezzo del tam-tam carcerario, sono stata informata che Padre Cortese era appena morto sotto tortura, senza che fossero riusciti a fargli dire il nome dei suoi collaboratori. Dovevano essere i primi giorni di novembre 1944”. Moriva un eroe e un martire. Il corpo venne cremato nella triste Risiera di San Sabba per far sparire ogni traccia del misfatto: non fu stilato neanche il certificato di morte. “Frate dolce, affabile, umile, coraggioso, pieno di operosa bontà, Padre Cortese, anche nel suo ultimo giorno, offrì tutto se stesso, in amoroso silenzio, per salvare molte altre vite” (così lo dipinse mons. Bommarco). La causa, iniziata nel 2002, ha permesso l’emersione di nuove verità sulla fine del martire di carità Padre Cortese, che è Venerabile (virtù eroiche riconosciute dalla Chiesa) dal 30 agosto 2021.

Fiume, anni ’30 – Il lungomare con il monumento al Leone di S. Marco
(https://it.wikipedia.org/wiki/Fiume)

Campano di Montella (Avellino), nato nel 1909 in una famiglia solidamente cristiana, e laureatosi in legge, Giovanni Palatucci iniziò a Genova il servizio nella Polizia di Stato che pensava rispondesse all’estrema lealtà verso gli altri e l’amore incessante per la verità che accompagnavano il suo carattere determinato al bene. Nel 1937 era a Fiume italiana – la città che sarà poi, a guerra ufficialmente finita, detta “olocausta” per il sacrificio incredibile di vite innocenti sparite e l’esodo di ben 43000 residenti – per adempiere a successivi incarichi fino a quello di questore reggente. Qui anche conobbe l’amore di una ragazza ebrea. E qui dovette ingaggiare una lotta estenuante per sottrarre alla cattura più perseguitati possibile dalle esecrabili leggi razziali emanate l’anno successivo: a Fiume si stavano riversando infatti migliaia di ebrei in fuga dai nazisti. All’incirca seimila ebrei o solidali con ebrei furono allora posti in salvo da Giovanni in posti di raccolta organizzati soprattutto a Campagna (Salerno) dallo zio vescovo di quella diocesi e dagli altri due zii superiori dei frati conventuali, e anche in altri luoghi, pure veneti. Arrivò a evitare la consegna alla Gestapo nel 1939 anche di 800 ebrei tedeschi attraccati al porto fiumano, nascosti quindi con la complicità del vescovo della città mons. Isidoro Sain. Neanche l’annessione di Fiume al Terzo Reich nel 1943 fermò l’impavido questore Palatucci che estese anzi la sua opera di carità a slavi e antifascisti arrestati. I timori per la sua sorte si avverarono nel settembre 1944: il questore fu arrestato su ordine del colonello delle SS Kappler per “contatti con il servizio informativo nemico”, incarcerato al Coroneo a Trieste e torturato qui per un mese senza mai tradire chi aveva collaborato con lui nel salvare migliaia di sicure vittime dell’antisemitismo. Condannato a morte, la pena fu commutata nella deportazione a Dachau dove, dopo quattro mesi di sevizie e privazioni, Giovanni Palatucci rese la sua anima di gigante nell’amore di Dio e del prossimo proprio il 10 febbraio 1945. Di lui è avviata dal 2002 la causa “super martyrio” (dopo che era stato catalogato fra i “nuovi martiri” commemorati nell’anno giubilare 2000). Annoverato fra i “Giusti tra le Nazioni” dallo Yad Vashem di Gerusalemme nel 1990, Pordenone gli ha intitolato il piazzale della nuova sede della Questura.

© Walter Arzaretti
IL POPOLO, 12 febbraio 2023
Settimanale della Diocesi
di Concordia-Pordenone

Mons. Giuseppe M. Palatucci

Mons. Giuseppe M. Palatucci, OFM Conv. (1892-1961), Vescovo di Campagna
(Centro Studi Palatucci)

Il ricordo di Giovanni Palatucci, eroico ultimo questore di Fiume, non può essere disgiunto da quello dello zio, Mons. Giuseppe Maria Palatucci (1892-1961), vescovo di Campagna (Salerno), già appartenente all’Ordine dei Frati Minori Conventuali e condiscepolo, negli studi a Roma, di san Massimiliano Kolbe, il martire di Auschwitz. Mons. Palatucci era ben noto anche al nostro Padre Placido Cortese. Tra il 1940 e il 1944, proprio a Campagna venne allestito un campo di internamento per ebrei. Il vescovo Palatucci si prodigò per assistere moralmente e materialmente gli internati, riuscendo a salvarne circa un migliaio dalla deportazione nei campi di sterminio nazisti. Per quest’opera venne insignito dalla Presidenza della Repubblica della Medaglia d’oro al merito civile.

Dal 1995 si è avanzata qualche riserva – dubbi veri e propri – sull’operato dei Palatucci, zio e nipote, riguardante il salvataggio degli ebrei. Anche in risposta a questi dubbi, riprendiamo l’articolo pubblicato sul quotidiano Avvenire il 31 marzo 2021, a firma di Angelo Picariello, nel sessantesimo anniversario della morte di Mons. Giuseppe M. Palatucci:

Gli ebrei salvati dai Palatucci (e dal Vaticano)

Sessanta anni fa moriva il vescovo di Campagna Giuseppe Maria Palatucci. Nell’archivio i finanziamenti di Pio XII nel salvataggio degli ebrei, punta dell’iceberg dell’opera del nipote Giovanni a Fiume.

Giovanni Palatucci (a sin.) con gli zii francescani – Al centro il vescovo Mons. Giuseppe Palatucci
(Centro Studi Palatucci)

Il 31 marzo del 1961 moriva Giuseppe Maria Palatucci, vescovo di Campagna, diocesi oggi accorpata con Salerno. Compagno di seminario di Padre Massimiliano Kolbe, rettore del Collegio “Serafico” di Ravello, fondatore della rivista francescana Luce serafica, monsignor Palatucci apparteneva a una famiglia legata a san Francesco, come il paese natale (Montella, in provincia di Avellino) ove, nel monastero di San Francesco a Folloni, riposano oggi ai lati dell’altare, oltre a monsignor Palatucci, i due fratelli francescani Antonio e Alfonso. A completare il quadro un altro Palatucci loro parente, Ferdinando, in epoca più recente vescovo di Nicastro e di Amalfi-Cava. Ma a portare alla ribalta monsignor Palatucci, come protagonista positivo di una pagina fra le più buie della nostra storia, è la presenza, a Campagna, di un campo di internamento destinato ai perseguitati di religione ebraica. Una storia divenuta, in realtà, di accoglienza proprio grazie, soprattutto, alla sua opera, tanto che per andare in aiuto degli internati il vescovo si privò di tutto…

Nei giorni della Settimana Santa che ne precedettero la dipartita, non fu trovato, per la vestizione post mortem, nulla oltre una vecchia maglia rattoppata da mani maldestre, con tutta probabilità le sue.

Nel carteggio custodito presso il convento di San Lorenzo Maggiore a Napoli c’è traccia di un’attività estenuante portata avanti dal vescovo per venire incontro alle richieste anche del singolo internato, sollecitando altri presuli, o il ministero dell’Interno, o lo stesso Vaticano. Ed è soprattutto il ruolo della Santa Sede sotto Pio XII a emergere in modo inoppugnabile. Il vescovo manda prima in missione a Roma il canonico della cattedrale don Alberto Gibboni, per chiedere aiuti economici, e questi, dopo aver parlato con monsignor Montini, al tempo giovane sostituto della segreteria di Stato, si dice sicuro che per Campagna si farà «come per Genova» con il cardinale Boetto. Poi, come una serie di missive documenta, gli aiuti arrivano davvero ed è significativo che in quella allegata al primo assegno di tremila lire il cardinale Maglione, segretario di Stato, il 2 ottobre 1940, chiarisca che «l’Augusto Pontefice» desidera che questo denaro sia «preferibilmente destinato a chi soffre per ragioni di razza». Più volte sarà lo stesso Maglione, o Montini, a inviare altri assegni, seguiti da lettere di ringraziamento, e nuova caritatevole petulanza, da parte del vescovo. Eroico si rivelerà l’intero paese lasciando senza “prede” i tedeschi in fuga, che giunti al campo di internamento troveranno davanti alle porte degli internati la dicitura: «Trasferito con ordine di servizio», mentre in realtà erano in fuga nei boschi protetti dalla popolazione, complici i poliziotti.

Nelle missive del vescovo tante le tracce della complicità operativa con il nipote, il commissario Giovanni Palatucci, responsabile dell’ufficio stranieri di Fiume, che non di rado – con l’aiuto di Epifanio Pennetta, dirigente del Viminale di origini irpine – riuscì a far destinare a Campagna, dove sarebbero stati al sicuro, cittadini ebrei della città. «Dalle sue mani venivano alle mie», raccontò monsignor Palatucci invitato a Ramat Gan, in Israele, nel 1953, a commemorare, insieme al fratello padre Alfonso, la figura del nipote nel frattempo morto a Dachau, dove era stato deportato. Monsignor Palatucci in quell’occasione parlò di una somma di «circa centomila lire» in totale inviata dalla Santa Sede. Organizzata proprio dagli ebrei fiumani che avevano beneficiato a Fiume dell’opera del commissario, la cerimonia precedette di un paio d’anni la proclamazione di Giovanni Palatucci “Giusto fra le Nazioni” da parte dello Yad Vashem. Ora, passato il tempo, scomparsi i testimoni, i detrattori di recente sono arrivati ad accusare Palatucci per i 412 fiumani deportati ad Auschwitz, che non vollero o non poterono scappare, trascurando il fatto che la comunità ebraica della città ne contava più di 1.500 e che, dunque, gli scampati sono più di mille, solo a Fiume. Fingendo di ignorare che i numeri più imponenti di salvati riguardarono, in quella città di confine, cittadini in fuga, a migliaia, dal regime ustascia di Ante Pavelic, per i quali nessun documento si può rinvenire oggi, oltre le testimonianze orali, per il solo fatto che quelli che produceva Palatucci erano in larga misura falsi, da far sparire appena possibile. Protetto dall’extraterritorialità della Curia l’archivio di monsignor Palatucci, al contrario, ha conservato traccia di ogni cosa. Come la punta di un iceberg di un’opera imponente che vide impegnate in stretta correlazione uomini di Chiesa, organizzazioni ebraiche come la Delasem, funzionari compiacenti e uomini di buona volontà.

© Angelo Picariello
Avvenire, 31 marzo 2021

A completamento di questa pagina sui giorni della memoria e del ricordo, segnaliamo due libri che a giusto titolo si inseriscono nell’ormai non breve elenco delle pubblicazioni che riguardano, direttamente o indirettamente, la figura di Padre Placido Cortese e il contesto storico nel quale egli ha operato.

Il primo è l’importante lavoro del padovano Davide Romanin Jacur, ingegnere, già consigliere e poi presidente della Comunità Ebraica di Padova:

Come scrive Antonia Arslan nella Prefazione, KZ Lager (Ronzani Editore, pp. 335, 2020 – KZ sta per “Konzentration”, campo di concentramento) “è un libro che racconta un percorso, insieme rigoroso ed emotivo, attraverso ventitré campi di concentramento e di sterminio: da Bergen-Belsen a Buchenwald, da Dachau a Mauthausen, sino ad Auschwitz, luoghi dove Davide Romanin Jacur ha accompagnato, in oltre cinquanta viaggi, gruppi di studenti o adulti. Un percorso in cui si intersecano e integrano due strade, una contraddistinta dall’ordine e dalla razionalità con le quali si descrivono i campi: la diversità morfologica, la collocazione, la dimensione e gli strumenti che servivano alla detenzione e all’uccisione dei prigionieri. La seconda è invece riflessiva, definisce la condizione emotiva dell’autore e traccia una sua riflessione personale: di ebreo partecipe della tragedia del suo popolo, e di uomo posto di fronte al mistero della cattiveria umana. Il testo è corredato da fotografie, carte geografiche, e alcuni testi scritti dai ragazzi che hanno partecipato ai viaggi. Lo stile è duttile, si piega con sicurezza a rendere i tanti e diversi luoghi, momenti e situazioni di questi itinerari, che infatti sono viaggi della conoscenza prima che della memoria: una conoscenza austera e controllata, eppure ricca di infinite sfumature di pathos”.

Illuminante, anche per una corretta lettura della tragedia della Shoah e della ‘memoria’ da conservarne, è l’articolo a commento dell’opera di Davide Romanin Jacur apparso su Il Mattino di Padova del 19 dicembre 2020, a firma di Francesco Jori, che riproduciamo.

Articolo Francesco Jori

© Francesco Jori – Il Mattino, Padova, 19 dicembre 2020

Nel libro di Romanin Jacur si accenna anche a Padre Placido (pag. 121), nel capitolo dedicato alla Risiera di San Sabba di Trieste, “l’unico campo di concentramento in Italia dove furono eseguite pratiche di sterminio”. “A San Sabba furono condotti di passaggio gli ebrei padovani (e qualcuno delle province vicine), precedentemente raccolti nella villa di Vo’ Euganeo (Vo’ Vecchio); e venne torturato fino alla morte Padre Placido Cortese”. In realtà egli subì le torture e fu ucciso nella sede della Gestapo di piazza Oberdan, mentre il suo corpo, con ogni probabilità, finì nel forno crematorio della Risiera di San Sabba.

L’altra pubblicazione che segnaliamo è la seconda edizione della biografia in lingua croata di Padre Placido Cortese, ad opera di Padre Ljudevit Anton Maračič: CRESKI KOLBE, Mučenik kršćanske ljubavi, fra Placido Cortese, franjevac konventualac (1907.-1944.)IL KOLBE DI CHERSO, Martire dell’amore cristiano, fra Placido Cortese, francescano conventuale (1907-1944) – Nel 75° anniversario della sua morte – II edizione – Zagabria, 2019.

Il libro si presenta con una nuova veste grafica, riportando in copertina il ritratto di Padre Placido dell’artista Zoran Homen, che ha posto nella mano del nostro Venerabile un ramo di palma, simbolo del martirio.
In appendice al volume troviamo anche una breve sintesi in lingua italiana, molto incisiva ed espressiva, che riprendiamo:

Il Kolbe di Cherso – P. Placido Cortese, minore conventuale

Il 15 novembre 2003 si è concluso a Trieste il processo diocesano per la causa di beatificazione del frate minore conventuale fra Placido Cortese da Cherso, martire dell’amore cristiano. Secondo il pensiero di esperti autorevoli e sperimentati, non dovremmo attendere poi molto prima che venga proclamato beato.

Che si tratti di un martire autentico è stato in seguito ribadito, in occasione di una conversazione con l’autore del documentario «Il coraggio del silenzio» (Paolo Damosso, ndr), dallo stesso Mons. Ettore Malnati che ha presieduto il processo diocesano per la causa del Servo di Dio p. Placido Cortese: «Lui ha mantenuto fede a questa sua identità. E poi, un’altra cosa, qui è stato grande: lui ha consumato lì il suo martirio, non ha voluto che altri pagassero, perché lui sapeva che se avesse fatto dei nomi, quella catena di carità si sarebbe fermata e molti avrebbero perso la vita, quindi si è sacrificato, sacrificato…».

Abbiamo intitolato il nostro lavoro «Il Kolbe di Cherso» per più di un motivo. Sfogliando queste pagine, il lettore attento si renderà facilmente conto della legittimità di un tale titolo. Come il polacco Kolbe, anche il frate chersino è assurto a rappresentare una figura di genuino profeta della propria epoca. Tuttavia, sebbene – a somiglianza di san Massimiliano – p. Placido abbia passato gran parte della sua vita dietro una scrivania di redattore (e direttore del MSA, ndr) non è certamente per questo che ci siamo indotti a definirlo un autentico profeta del XX secolo. Esserlo diventato ha comportato invece il confronto risoluto con le difficoltà derivanti dalla propria vocazione e l’accettazione serena del pericolo, facendo coraggiosamente fronte alle sue afide. E p. Placido ha rischiato, e ha rischiato davvero molto, per amore dell’uomo, per amore della Chiesa, per amore di Dio! Di tutto ciò dovrebbe dare testimonianza anche questo libro che affidiamo nelle mani dei lettori.

Agli occhi di molti, questa splendida figura di uomo e di frate, sbocciata in fondo a un ridente golfo della pietraia chersina, risulterà sicuramente poco nota; i più non ne avranno addirittura mai sentito parlare. Ed è appunto per mettere in grado i nostri lettori di conoscere questa figura davvero eccezionale di «Kolbe chersino» che noi oggi – nella ricorrenza del centesimo anniversario della sua nascita nel 1907 (il riferimento è alla prima edizione dell’opera nel 2007, ndr) – offriamo questa completa esposizione della vita, dell’opera e della morte di fra Placido. In realtà si tratta della biografia che l’autore di queste righe ha pubblicato sette anni addietro, ma ampliata molto, aggiornata e arricchita di nuovi dati.

Lo hanno chiamato anche «il martire del silenzio». Nel suo tacere, che fu causa della fine prematura della sua strenua vicenda sacerdotale e umana, noi osiamo riconoscere in qualche modo anche il «silenzio» di Dio in quei momenti critici per la nostra civiltà, che stava precipitando sempre di più nelle tenebre dell’odio e della dimenticanza dei valori umani. Fra Placido ha salvato la vita a innumerevoli perseguitati: ed è proprio grazie a queste «vite donate» che scopriamo come Dio rompe il suo silenzio e ci parla quotidianamente nella Storia, anche al giorno d’oggi. Il KOLBE DI CHERSO è il libro che nella voce e nel silenzio di un religioso riconosce e rivela la voce e la parola di Dio: un messaggio che ridesta speranza e fiducia, allora come adesso.

(trad. Bruno Monferrà)

Ascolta l’intervista a Mons. Ettore Malnati (2006)

Il Domenicale di San Giusto
Newsletter settimanale della Diocesi di Trieste, nel numero del 5 marzo 2023, a pag.8, ricorda Padre Placido Cortese, nell’imminenza dell’anniversario della sua nascita (7 marzo)

Domenicale di San Giusto”, newsletter settimanale della Diocesi di Trieste